Sono un migrante a tutti gli effetti. L’ho realizzato già tempo fa. Da anni, infatti, vivo all’estero tra Europa, Africa e un breve periodo in Asia. Diventa una condizione permanente, anche quando torno in Italia. Difficile da spiegare: i concetti di estero e di straniero diventano malleabili, si assottigliano. Eppure, tanti riescono a costruirci sopra intere ideologie per dividere invece di unire.
Ora mi trovo per qualche settimana in Brasile, che da tempo desideravo visitare. Il mondo lusofono, però, mi ha già accolto da vari anni, prima a distanza, poi a São Tomé e Príncipe, e ora in Mozambico, dove vivo e lavoro.
Devo dire che un po’ mi sembrava già di conoscerlo, il Brasile, dopo le tante persone che negli anni ho conosciuto e con cui ho condiviso vita e lavoro. Un luogo che si conferma sorprendente e fatto di molte storie, contrasti e tante facce.
Con entusiasmo sono partito per conoscere questo vasto paese e le sue culture.
L’occasione è l’incontro del gruppo “Dal Farra e affini nel Mondo” a Botucatu il 26 e 27 di luglio. Anche io mi ero chiesto dove fosse, quando mi hanno proposto di fare da ponte tra la comunità Dal Farra in Brasile e quella a Belluno. L’avevo dovuto cercare sulla cartina, quando la fondatrice del gruppo, Patricia*, mi chiese se con la mia conoscenza del portoghese volevo aiutare a organizzare il quarto raduno del gruppo.
Quella del 2025 è stata la prima edizione fuori dalla Valbelluna. E la mia prima. Così, con il titolo datomi di ambasciatore Dal Farra per la lingua portoghese, mi sono recato a Botucatu, a circa tre quattro ore di bus dalla megalopoli di São Paulo, nell’“interior” (da leggere con una R arrotolata, quasi alla veneziana), come lo chiamano qui. A São Paulo ci sono arrivato il 21 di luglio con un aereo confortevole partito da Johannesburg, in Sudafrica, che avevo raggiunto su un piccolo aeromobile in circa cinquanta minuti di volo da Maputo, la capitale del Mozambico. Accompagnato dal repertorio di musica brasiliana, come al mio solito, per entrare nello spirito di “toda joia, toda beleza”.
Un viaggio ben diverso da quello che i nostri antenati Dal Farra, come altri veneti, fecero a partire dalla fine del XIX secolo: arriva a Belluno a piedi o su un carro, prendi un treno (per Venezia? Padova?), per poi raggiungere uno dei porti, in Italia, se andava bene, o in Francia. Mia nonna, che negli anni Cinquanta del disastrato dopoguerra era partita da Belluno per la Svizzera, mi ha raccontato molte storie della sua infanzia e gioventù che conserverò per sempre.
Nei suoi tanti racconti, che io da piccolo mi immaginavo in bianco e nero come la piccola TV che i nonni avevano in cucina, lei diceva: «Eravamo tante, ci sono venute a scegliere alla Camera del Lavoro di Belluno, e con una valigia con poche cose, speranza e magari delle “nosèle seche” alla fine abbiamo preso il treno per Padova. “E no savee se ‘l tren al ‘ndea in su o in dô”».
Di fatto, per la gente più povera della provincia di Belluno, a lungo isolata dal resto dello sviluppo nazionale, poco era cambiato dopo oltre cinquant’anni da quando i primi bellunesi partirono per il Brasile con una valigia o un baule di legno per imbarcarsi su una nave a vapore e affrontare la traversata dell’Atlantico.
E ci voleva un mese. Senza sapere esattamente dove stessero andando, senza parlare la lingua portoghese, solo con le poche cose che possedevano e la tristezza di dover lasciare le montagne, il Piave, i propri cari, avevano tanta speranza di costruire un futuro migliore e più prospero con le opportunità che il governo del Brasile prometteva.

Partendo da una Belluno, un Veneto lasciato solo, dopo esser stato occupato da tutti quelli che ci erano passati susseguendosi all’epoca della Serenissima Veneziana e del Lombardo-Veneto. I francesi, gli austriaci e alla fine i Savoia con un’unità d’Italia che fecero a suon di annessioni (come Del Boca ripercorre in Maledetti Savoia, libro che apprezzo molto). Il Nordest d’Italia fu l’ultimo a essere liberato dal nazi-fascismo dopo Salò, a meno di trent’anni dai sanguinosi combattimenti della Prima guerra mondiale tra le Dolomiti, il Grappa, Asiago e il Carso. Guerre e annessioni decise dai ricchi, e pagate dai poveri.
Piccoli agricoltori, braccianti, mezzadri, come peraltro erano alcuni dei miei nonni. Ma è anche una terra di montagna che ha saputo essere resiliente, che si è tirata su le maniche, e ancora oggi tenta di adattarsi e conservarsi. Ora le difficoltà sono altre, per esempio come adattare la realtà bellunese all’economia globale, mantenendo un’identità autentica senza dimenticare da dove veniamo. Credo sia importante rispolverare la memoria e apprendere dalla nostra storia, senza romanticizzare, senza sensazionalismo in un mondo – politico, economico – che vuole polarizzare, in cui gli ultra ricchi tutto possono.
Capire il passato ci aiuta a riaffermare i diritti per cui i nostri nonni si sono battuti, per evitare che vengano calpestati da ideologie populiste, neo-fasciste o semplicemente opportuniste al servizio di un’espressione predatoria del capitalismo che si nutre di individualismo.

Per una realtà come Belluno, essere resiliente è sapersi adattare: con i suoi ecosistemi e comunità alpine e prealpine legate alla natura, deve trovare un modo di essere sé stessa nel XXI secolo, un territorio forte ma delicato, che però soffre della crisi climatica che nessuno, nel 2025, può negare. Una provocazione: le prossime Olimpiadi invernali potrebbero essere di sci d’erba, su montagne che si sgretolano, se non cambiamo le cose.
È proprio qui che si intrecciano le storie del carbone – che insieme al petrolio (o meglio la loro combustione per mano umana) è la principale causa del palpabile cambiamento climatico – e dei migranti bellunesi che per necessità e con poche informazioni sono dovuti partire già dalla fine dell’Ottocento. Tanti minatori italiani in cambio di pochi chili di carbone: questi erano per esempio gli accordi tra l’Italia e il Belgio nel secondo dopoguerra. E quanti ne sono morti di possiera, altre malattie o, per esempio, nel disastro di Marcinelle?

Emigravano senza sapere esattamente di essere merce di scambio al pari del carbone, che con sforzo e a volte a costo della propria vita estraevano dalle profondità della terra. Lo stesso carbone causa del cambiamento climatico che sta cambiando con forza la faccia delle nostre montagne, da dove i migranti erano partiti anche per il Brasile.
Di questo parlavano le storie, che con emozione e commozione, orgoglio, ma anche spirito critico, ci siamo raccontati nei due o tre giorni trascorsi a Botucatu, al raduno dei Dal Farra nel mondo. Storie di bellunesi a cui era stata promessa della terra da coltivare, o a cui era stato offerto un lavoro da minatore, dopo che nel Sud del Brasile fu scoperto il carbone.
Storie da cui emergono le contraddizioni del nostro mondo, in cui le miniere finirono per contaminare l’acqua e la terra di coloro che la coltivavano per potersi semplicemente garantire un’esistenza dignitosa con i frutti del proprio lavoro. Storie in cui la terra, prima data da coltivare, fu a volte espropriata per darla alle società minerarie del carbone.
Quella stessa terra che però era già stata sottratta alle popolazioni indigene che la abitavano da sempre, ben prima che i portoghesi colonizzassero il Brasile e cominciassero ad estrarne le risorse e abbatterne le foreste. Un processo che continua, inesorabile, ancora oggi nella foresta Amazzonica, uno dei pochi polmoni verdi che restano sulla Terra e che tanto ci servono per combattere l’effetto serra spinto che causa il cambiamento climatico. La logica: tagli gli alberi, ci metti delle colture intensive di mais o soia, o allevamenti bovini. Ah, gli indigeni – era loro quella terra e quella foresta. E allora: prima caccia gli indigeni e poi sfruttane la terra.
E di nuovo si intrecciano le storie di terra e persone.
Chi emigrava quasi certamente questo non lo sapeva. È allora che, celebrando la nostra famiglia Dal Farra, capiamo che è importante parlarsi, raccontare, conoscere, informarsi e soprattutto capire. Quello di Botucatu è stato un momento di riflessione molto importante, che ha superato ogni mia aspettativa. Un momento in cui in una settantina di Dal Farra e discendenti ci siamo conosciuti, abbracciati e ascoltati. Nel 2024 sono stati celebrati i centocinquant’anni di emigrazione italiana in Brasile, ma un dato che mi ha sorpreso è che a Botucatu e nelle colline circostanti circa il settanta per cento della popolazione ha origini italiane, e per tanti bellunesi. Non ci ho messo molto a trovarne le tracce.
È proprio percorrendo la strada veloce “Rodovia Gastão Dal Farra” che il bus da São Paulo fa arrivo a Botucatu. Gastão fu professore, artista e persona particolarmente amata di questa città, era il padre di un gruppo di sorelle che hanno partecipato all’organizzazione del nostro ritrovo. Al mio arrivo un vecchietto mi ha sorriso mentre salivo la ripa che dalla stazione dei bus porta al centro della città, dicendo che è bello vedere gente a piedi, anche se è ripida la strada.

Penso alle salite bellunesi, e concordo. Lì in cima al paese avevo preso una stanzetta in una “pousada” a due passi dalla cattedrale che è fiancheggiata dalla via “José Dal Farra”. Il primo giorno ho fatto colazione nel panificio “Belluna”.
Questi non sono gli unici nomi che rievocano casa. Si pensi che Siderópolis (nel Sud del Brasile) fino alla metà degli anni Cinquanta si chiamava proprio Nova Belluno. Lo apprendiamo con stupore ascoltando le parole di Maria Dal Farra, un tempo insegnante nello stato di Santa Caterina e ormai in pensione.

Pochi chilometri più su c’è ancora un paese che si chiama Treviso. L’industria mineraria di carbone e dell’acciaio ne ha cambiato il nome in Siderópolis, dal greco, la città del ferro. Storie quindi di carbone e potere, e di enormi differenze sociali. La storia, di solito, la scrivono i potenti, ma noi la vogliamo leggere diversamente e apprenderne le sue sfaccettature e prospettive. Non fermiamoci al primo titolo.
In questi momenti di narrazione che ricordano il filò ho trovato un pezzo di Belluno, e tante nuove cugine e cugini. Mi hanno fatto molte domande, la curiosità e il desiderio di ritrovare le radici lontane è grande. Abbiamo anche parlato di presente e futuro, di un mondo che ormai, con qualche eccezione, resta indifferente ad atrocità, occupazione, segregazione, ingiustizia, nel nome dell’interesse economico e guadagno – di pochi, di solito.
Mi viene da dire: il potere “dei schèi”, che sono sempre il motivo di interesse, e alla fine i poveri e i migranti sono quelli che ci rimettono. Lo capisco ancor meglio ora, ripercorrendo queste tante storie, attraverso i fatti, i racconti e i volti che ho visto nelle fotografie dei Dal Farra e dei bellunesi che erano partiti per non far più ritorno.
Con una buona feijoada (piatto tipico a base di fagioli), un churrasco brasileiro (grigliata di carne) e dell’allegra caipirinha abbiamo ballato e cantato. E ci siamo promessi di trascrivere tutti questi racconti, e farli conoscere, per capirne il contesto e gli aspetti spesso poco noti, e come queste storie si intreccino arrivando fino ad oggi. Possiamo trarne ispirazione per costruire un presente e un futuro con più umanità, amicizia e compassione, rispetto per le persone e per la natura.
Penso a Belluno e vedo comunità legate alla natura. Che è in pericolo, non dimentichiamolo.
Vorrei ringraziare tutte e tutti per l’accoglienza unica che ho ricevuto in Brasile, per avermi fatto sentire a casa. E per l’organizzazione** meticolosa fatta con il cuore e il tanto lavoro di ricerca genealogica svolto a partire dal 2016, quando nacque il nostro gruppo.
È stato emozionante rivivere queste storie, che forse ho potuto comprendere un poco più da vicino anche grazie alla lingua, e a una prospettiva che ho acquisito dopo tanti anni di mia migrazione in cui sempre sono stato “straniero”. Di sicuro anche grazie alle storie dei miei nonni che da piccolo vedevo ingenuamente in bianco e nero.

Spero di poter essere stato all’altezza di rappresentare anche i/le Dal Farra di Belluno che non hanno potuto partecipare in Brasile. Ho cercato di rispondere alle tante domande e curiosità su Belluno e le valli, la nostra lingua Belumata, la nostra storia, il clima, il cibo e le origini di questo cognome longobardo.
In questo processo di ricerca e affetto di una famiglia allargata che abbraccia diversi continenti abbiamo chiuso l’evento esprimendo la speranza che la nostra iniziativa possa essere un’ispirazione e un seme di amicizia tra i popoli. Che sia un germoglio, che dalle radici di un passato fatto di storie personali e lavoro, cresca e si diffonda. E già pensiamo al prossimo raduno.
Um abraço da un Bellunese nel Mondo, Enrico
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* Patricia Deon, fondatrice del gruppo Dal Farra (e affini) nel Mondo.
**Un “merci” speciale alla fondatrice Patricia per il suo instancabile lavoro, e al comitato di organizzazione di Botucatu un “muito obrigado” specialmente a Sofia Dal Farra Galvão e famiglia, Izabete, Lizonete, Maria Lúcia e Ricardo Dal Farra e la loro famiglia, e a Sérgio Peterle. La lista è lunga. E un grazie speciale va a chi a Belluno, negli anni, ha contribuito alla ricerca e all’unione di questo gruppo: Micaela Dal Farra, Mila Dal Magro e tutte le persone coinvolte.




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