Crociata anti emigrazione. Un testo di fine Ottocento condanna le partenze

Simone Tormen | 29 aprile 2025 alle 12:36 | 0 commenti

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«L’emigrazione stabile è dannosa sotto ogni aspetto, e quella temporanea è utile pel solo denaro che apporta in paese». È la conclusione a cui giunge un breve saggio di Antonio Maresio Bazolle scritto nel 1892. Era un’epoca di partenze numericamente imponenti da tutta Italia e dal Veneto in particolare, senza che il Bellunese facesse eccezione. L’anno prima, nel 1891, erano espatriati oltre 15.600 bellunesi. Nell’anno prima ancora, il 1890, le uscite erano state poco meno di 16mila1. Tra il 1881 e il 1891 gli emigranti erano stati in totale 117.194.
Bazolle, facoltoso proprietario terriero, laureato in Giurisprudenza e cultore della storia locale2, tratta l’argomento in un capitolo della sua opera Il possidente bellunese intitolato Della emigrazione dei contadini bellunesi. La sua è una visione paternalistica e conservatrice (per fare un esempio, afferma che il denaro guadagnato con l’emigrazione si rivela inutile, perché viene speso «in capricci», «comodità» e «lusso», dato che i contadini «non si accontentano di vivere come cinquant’anni addietro»), che assegna alle partenze un giudizio quasi del tutto negativo. Dal punto di vista economico, ma anche da quello culturale. «Nei riguardi delle idee soverchiamente moderne – scrive – l’emigrazione è dannosa perché entrate esse una volta nel territorio non sortono più». Negativi anche gli effetti sul comportamento delle persone, visto che – sosteneva sempre Bazolle – «egualmente l’emigrazione si manifestò dannosa col promuovere ed incoraggiare l’immoralità».

Emigrazione temporanea
Il capitolo contiene riflessioni sull’emigrazione temporanea degli uomini, che per Bazolle fa data dal 1848, «in seguito ai grandiosi lavori che nella Monarchia Austriaca assunse l’Impresa Talacchini», già operante nel Bellunese, dove aveva «allevato e confezionato fidati e valenti capomastri, caposquadra, scalpellini, muratori e mistri d’ogni mestiere» portati poi con sé anche per le nuove opere austriache. Dopo l’Austria, gli spostamenti temporanei – da marzo a ottobre – iniziarono a dirigersi anche in Ungheria, Romania, Svizzera e Germania, con una predilezione per i «paesi Tedeschi» dovuta «alla maggiore mercede che ricavavano da quelle parti, ed anche alla maggiore concordanza d’idee, d’abitudini, e di costumi con quelle popolazioni». Fanno eccezione, secondo Bazolle, gli abitanti dell’Alpago, che vanno tutti, «uomini, donne e ragazze indistintamente a Venezia», e mai «in altro Stato».

Le donne
Una parte del lavoro è dedicata all’emigrazione temporanea delle donne, operaie giornaliere, balie, lavoratrici agricole tra Padova, Vicenza, Verona, Venezia e il Trentino. Proprio il Trentino, secondo Bazolle, stava in quel periodo affermandosi come meta preferita rispetto alle «vicine province della Bassa». Non perché vi si ottenessero maggiori guadagni, ma per la garanzia di una maggiore libertà dal controllo famigliare.
A proposito delle balie, per Bazolle si tratta del «campo bello» dell’emigrazione femminile. Nella sua visione, queste donne rappresentano una merce da offrire agli “acquirenti”, merce che deve pertanto possedere caratteristiche specifiche per essere piazzata con successo: «Nella scelta della balia prima di tutto è ricercata assoluta sanità, poscia viene data preferenza alle donne di statura bene sviluppata in confronto delle piccole, ed alle more dai capelli neri o bruni in confronto delle bionde. Le si ritengono di fibra più forte». Il buon salario (circa trenta lire al mese) e i regali ricevuti rappresentano per Bazolle un ottimo affare: «La differenza tra l’importo che ricaverà la donna andando balia, e la spesa pell’allattamento del di lei bambino, va a vantaggio della famiglia», tanto più se il bambino partorito muore, poiché in quel caso «l’affare è spiccio».
Nessuna considerazione per le sofferenze emotive e per il senso di colpa che poteva assalire queste donne nel lasciare i loro figli. Per Bazolle, anzi, a spingere le giovani balie era la superbia, poiché al loro ritorno erano piene di attenzioni e di invidia. Premure che seducevano anche le altre ragazze, spiegando così – secondo Bazolle – la ragione per la quale «aumenta sempre il numero delle postulanti a balie». Il suo commento non lascia spazio a dubbi sulla sua concezione del genere femminile: «Non è principalmente il bisogno che le spinga ad andare balie, ma, poco amorose per i loro figli, esse vi sono attratte dalla naturale leggerezza, dal desiderio di novità, dal lusso e dalla vanità».

L’emigrazione stabile
L’emigrazione stabile – fatto recente, evidenzia Bazolle – «è quella per l’America». Una mobilità che paragona al gioco del lotto: «Se uno guadagna un terno, corrono a centinaia nuovi illusi a porvi una posta, persuasi di guadagnare un terno anch’essi perché l’ha guadagnato l’altro». Ma, mette in guardia, «Essi vedono il terno guadagnato, non vedono le migliaia di poste gettate, i denari perduti senza alcun ricavato, e la rovina di tanti giuocatori».
Bazolle considera gli espatri oltreoceano un fatto negativo, perché dettato da illusioni e inganni sulle reali sorti che attendevano i partenti. A tal proposito, il suo scritto mette bene in luce il ruolo giocato da quelli che potremmo definire agenti di emigrazione: persone alle quali veniva affidato il compito di reclutare lavoratori disposti a lasciare casa per trasferirsi nel Nuovo Mondo. «Nell’anno ora scorso – racconta – ritornarono qui dall’America alcuni di questi nostri terrieri espressamente allo scopo di ingaggiare per conto di qualcuna di quelle Società lontane individui e famiglie intere. Questi incaricati, il cui utile consisteva appunto nel numeroso ingaggio, misero in opera ogni arte e malizia di seduzione al conseguimento del loro scopo, e coll’affacciare disegni più immaginari che reali, col preparare opuscoli di contenuto ingannatore perché non bene comprendibile, con discorsi ed esposizioni affascinanti, e più di tutto coll’approntare loro il viaggio gratuito, adescarono una moltitudine di persone3 ad abbandonare famiglia, abitazioni avite, paesi conosciuti ed amici per trasportarsi in America ignorando dove materialmente venivano condotti». Una situazione che Bazolle auspicava potesse presto finire: «Speriamo che, come ogni cecità od esagerazione fa il suo tempo, così l’abbia fatto anche la mania dell’emigrazione per l’America, e che savie misure legislative interpongano la loro salutare tutela contro certe inconsulte deliberazioni». Auspicio che non si tradusse in realtà, se è vero che tra il 1892 e il 1901 furono ancora centinaia ogni anno i bellunesi diretti oltreoceano, con cifre che, pur nettamente inferiori a quelle legate ai Paesi europei e del bacino del Mediterraneo, sfiorarono in alcune annate le mille unità.

Conclusioni
Fatte queste valutazioni e soppesati i (pochi) pro e i (tanti) contro, le considerazioni finali di Bazolle sono tutte sfavorevoli all’emigrazione. A quella stabile in particolare, considerata «una sottrazione completa al paese», svuotato delle proprie risorse umane e del proprio denaro, «un impoverimento» e un «indebolimento». Tanto più che, constatava l’autore, «gli emigrati accasatisi in America non ispediscono mai da colà rimesse di denaro nemmeno ai più prossimi fra i loro parenti che qui rimasero».
Più benevola la valutazione dell’emigrazione temporanea, che «prende solamente a prestito le persone, e le rimanda annualmente insieme ai risparmi che seppero fare sui meritati guadagni». Anche se i vantaggi che Bazolle vi intravede si limitano a questo rientro di moneta, da lui quantificato in due milioni e mezzo di lire nel 1889. Oltre a ciò, solo svantaggi: minor disponibilità di forza lavoro e quindi maggiori difficoltà di «esecuzione di miglioramenti agricoli», ma anche necessità di accrescere il compenso ai braccianti rimasti disponibili «compresi i lavoranti scadenti». E così, lamenta Bazolle, «le possessioni vanno a rendere sempre meno al proprietario».
Altro male dell’emigrazione temporanea «è di promuovere la divisione delle famiglie coloniche». Per Bazolle, poi, l’andare per il mondo non porta neppure innovazioni nello svolgimento dei mestieri e delle attività una volta che gli emigranti ritornano. Niente nuove istruzioni o utili pratiche apprese fuori. Al contrario «essi importarono da quei paesi lusso di vestiti insostenibile colle loro risorse, smania di disobbedienza e indipendenza personale, contrarietà e disprezzo ai nostri sistemi e abitudini locali, avidità pel denaro immediato», e via di male in peggio: «perdita totale degli aviti principi religiosi», «tendenze a principi politici e sociali non corretti», «immoralità», «rilassamento delle affezioni coniugali»… Insomma, a dar bado alle tesi di Bazolle, sembra impossibile che il nostro territorio, e con esso il Veneto e l’Italia, segnati negli anni successivi al suo scritto da una così forte emigrazione, non siano sprofondati nel disastro economico e nello sfacelo culturale.

Simone Tormen

  1. Lo rilevano le statistiche riportate nel libro La grande emigrazione. L’esodo dei rurali dal Veneto durante il secolo XIX, di Emilio Franzina; Marsilio, 1976 ↩︎
  2. Nato il 1° ottobre 1818 e morto il 30 novembre 1896, è ritenuto uno dei bellunesi più influenti della seconda metà dell’Ottocento. ↩︎
  3. Franzina, nell’opera citata La grande emigrazione, registra nel 1891 2.467 emigrati bellunesi oltreoceano, il numero più alto censito nel periodo tra il 1876 e il 1901. ↩︎

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