Mio Signore e mio Dio

Francesco D Alfonso diacono | 24 luglio 2025 alle 12:28 | 0 commenti

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Alla fine di giugno la festa dei Santi Pietro e Paolo Apostoli pone al centro del Vangelo la confessione di Pietro, che riconosce nel Cristo il Figlio di Dio e attira l’ammirazione dello stesso Gesù, che vede in lui uno strumento docile nelle mani del Padre. All’inizio del mese di luglio la liturgia ci propone di meditare invece sulla figura di un altro grande Apostolo, Tommaso, il quale riconosce in Gesù Risorto la presenza di Dio e lo adora come suo Signore. È interessante vedere a distanza di pochi versetti nel testo evangelico di Matteo due dichiarazioni molto simili, che sembrano voler risvegliare dal torpore estivo una fede divenuta debole e abitudinaria, dunque incapace di riconoscere il Mistero.

È anche interessante pensare come questi Apostoli, fortificati nelle fede del Risorto, siano poi partiti per proclamare il Vangelo in regioni della terra molto lontane tra loro. Pietro, Paolo e Tommaso sono fortificati nella fede dalla presenza del Risorto, il quale in due distinte giornate li incontra -Tommaso non c’era il primo giorno dopo il sabato, ma c’era otto giorni dopo – e compiono un’esperienza sconvolgente, che sembra dare consistenza nuova a tutto il tempo passato con Gesù, alle parole da lui ascoltate, alle opere da lui compiute: vedere il Signore vivo, parlare con lui, toccarlo nel suo vero corpo e ricordare le sue parole, che cioè sarebbe dovuto morire per poi risorgere il terzo giorno, costituiscono un’esperienza di fede unica, che permetterà loro di affrontare con coraggio la loro missione fino al martirio supremo.

Sappiamo quello che hanno fatto Pietro e Paolo dopo l’esperienza pasquale del Risorto, perché è divenuto oggetto di narrazione da parte di Luca negli Atti degli Apostoli, mentre di Paolo, oltre che negli Atti, molte cose sono da lui stesso narrate nelle sue lettere. Di Tommaso vi sono soltanto voci, che attestano di un viaggio missionario fino in India, dove presumibilmente il Vangelo giunse con le carovane che attraversavano i deserti partendo dalla Siria. E’ sorprendente quanto poco si sappia di queste vicende: eppure il cristianesimo deve essere giunto in India già in età subapostolica, cioè di poco posteriore alle vicende degli Apostoli, verso il terzo o quarto secolo ed ha lasciato tracce significative nell’India meridionale, soprattutto nello stato del Kerala, ben prima dell’arrivo di San Francesco Saverio nella seconda metà del Cinquecento.

Nella grande metropoli di Chennay, l’antica Madras, alcune grandi opere testimoniano ancora oggi l’impatto prodotto da quella prima evangelizzazione: il santuario di San Tommaso, edificato nelle vicinanze del luogo in cui l’Apostolo aveva pregato e digiunato per quaranta giorni dimorando in una grotta, la sua tomba, tuttora meta di pellegrinaggi. Non c’è dubbio che la presenza cristiana in India sia minoritaria, ma il suo radicamento in quel grande Paese risale al grande movimento di evangelizzazione successivo alla fondazione delle prime comunità cristiane in oriente. Forse è bene ricordarlo, mentre una narrazione nazionalista sembra negare alle religioni di matrice non induista il diritto di cittadinanza culturale in quel Paese.

Diacono Francesco D’Alfonso

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