Le montagne bellunesi stanno cambiando sotto i nostri occhi: le temperature aumentano, i ghiacciai arretrano, le nevicate si fanno sempre più scarse e le piogge intense mettono a rischio la stabilità del territorio. In questa raccolta di domande e risposte, scopriamo dati, tendenze e riflessioni sul futuro delle Dolomiti, grazie al lavoro di monitoraggio e ricerca del Centro Valanghe di Arabba e di Arpav.
Quali sono i principali segnali del cambiamento climatico che avete registrato nelle Dolomiti bellunesi negli ultimi decenni?
I segnali sono multipli ed interessano vari campi al di fuori della climatologia stessa, i cui effetti sono altrettanto variegati tra biosfera, ambiente fisico delle Alpi, in alcuni casi anche piuttosto significativi.
Due fattori climatici impattano in maniera rilevante l’ambiente: l’aumento delle temperature e la crescente intensità delle piogge su archi di tempo brevi.
L’aumento delle temperature, maggiormente avvertito in montagna rispetto alla pianura, provoca un graduale rialzo del limite della vegetazione per l’allungamento della stagione vegetativa nelle fasce altitudinali più alte della montagna bellunese. Infatti il bosco si propaga sempre più verso l’alto, stessa colonizzazione per i fiori e per altre specie vegetali.
Il rialzo termico provoca un accorciamento del periodo favorevole al verificarsi delle nevicate a tutte le quote, un allungamento dell’estate con l’arretramento del limite delle nevi perenni nonché delle poche aree ghiacciate che sussistono sui monti bellunesi, assieme alla scomparsa del permafrost, inizialmente graduale, ed oramai assai più veloce dal 2022 in poi.
L’impatto riguarda anche la fauna con riduzione dell’habitat per alcune specie come la pernici delle nevi e la lepre bianca.
Senza dimenticare che i cambiamenti ambientali possono a loro volta innescare ulteriori incrementi di temperature, specie in alta quota. Ad esempio la scomparsa della neve o del ghiaccio ed anche del permafrost provoca un rialzo termico notevole nelle aree precedentemente occupate da essi. Processo che viene chiamato effetto feedback positivo con accentuazione del rialzo termico rispetto a quel che dovrebbe essere per il solo effetto serra. In alcune aree delle Dolomiti, per fortuna limitate, si considera che negli ultimi 40 anni il rialzo sia superiore a 2.5°C.
La crescente intensità delle piogge su brevi intervalli di tempo determina un maggiore impatto erosivo con lave torrenziali, debris flows e smottamenti. A titolo di esempio i valori registrati nel giugno 2025 in occasione di un evento significativo, con 16.9 mm in 5 minuti, 26.7 mm in 10 e 40 mm in 15 minuti.
Voler considerare che tutto si limiti all’opera degli agenti atmosferici non permette una vera comprensione di quel che sta accadendo. La contemplazione degli effetti combinati degli agenti meteo non deve occultare gli effetti al suolo. Il probabile e quasi certo riscaldamento termico e la maggiore capacità di assorbimento della nostra atmosfera riguardo alla quantità di acqua precipitabile provocheranno conseguenze presumibilmente più problematiche di quelle osservate oggi.
C’è, dunque, una stretta interconnessione tra l’aumento delle temperature e la crescente intensità delle piogge, poiché, come sopra accennato, aumenta l’energia disponibile per i fenomeni precipitativi, da cui deriva un aumento dell’acqua precipitabile in atmosfera.
Come stanno variando le temperature medie annuali e stagionali nelle aree di alta quota della provincia di Belluno?
Una premessa è necessaria in quanto i dati di alta quota risalgono a soli 40 anni per alcune stazioni automatiche, la cui installazione è avvenuta tra gli anni 1984 e 1986. La stazione di più alta quota disponibile, Punta Rocca sulla Marmolada a 3250 m ha una serie storica che parte solo da ottobre 1992. Sono serie piuttosto brevi, a volte anche discontinue, per stabilire dei trend di temperature significativi, però nonostante i soli 3 o 4 decenni a disposizione si rilevano delle tendenze chiare di riduzione degli apporti nivali, maggiori precipitazioni sotto forma di pioggia in autunno ed in primavera e temporali particolarmente violenti d’estate, mentre le temperature sono più alte in tutte e quattro le stagioni, specie negli ultimi 10 anni.
In Marmolada, la relativa mitezza o meglio la minore frescura è ormai di casa tra la tarda primavera e il primo autunno con frequenti notti senza gelo e giornate sempre più frequenti di temperature massime oltre i 5°C, anche 8 o 10°C. Negli anni 90, in vetta, pochi giorni miti erano rilevati, mentre negli ultimi 5 sono sempre più numerosi. Quest’ anno a giugno (2025) si sono toccati i massimi mensili mai registrati in precedenza con 12.1°C il 13 del mese e 12.9°C il giorno 14, superando a due riprese il record assoluto di giugno 2003 che era di 10.2°C. Nei mesi di luglio ed agosto i giorni con massime uguali o superiori a 10°C in Marmolada sono raddoppiati dopo il 2019. Lo stesso valore è stato superato un’unica volta in settembre (1997), contro gli 8 casi osservati negli ultimi 3 anni.
Come dato significativo, si rimarca ad esempio il bimestre Maggio-Giugno 2022, che risulta il più caldo in assoluto rispetto alla serie disponibili, e che ha fatto da preludio alla situazione dei primi di luglio, quando si verificò il drammatico crollo sul ghiacciaio della Marmolada.
Nei primi anni di osservazione tra gli anni 1991 e 2000, era assai raro osservare temperature massime oltre gli 8°C, ancora meno oltre i 10°C, anche se nel 1995 si era verificato in vetta alla Marmolada il massimo assoluto con ben 15.7°C il 20 Luglio, ma sono i valori medi che sorprendono tra la tarda primavera e l’inizio dell’estate 2022. In Maggio la media delle temperature sul periodo 1995-2021 era di 0.0 e quell’anno di 2.7°C, addirittura 1°C più caldo della media del 1999 che era stata considerata a suo tempo come eccezionale, con 1.8°C. Per giugno il divario è ancora più grande con una media 1995-2021 di 2.9°C contro i 7.1°C di quell’anno, ossia ben 4.2°C in più rispetto alla media. Occorre anche considerare la rapida scomparsa del gelo in alta quota, dal 19 maggio in poi, a eccezione di una breve fase fredda tra il 28 Maggio e il primo Giugno, anche l’unico giorno di gelo rimanente dal 9 Giugno al 3 luglio con 0.5°C sotto zero. Però la vera anomalia è legata alla grande frequenza delle massime oltre gli 8.0°C, mai così numerose oltre questo valore, con ben 33 giorni oltre i 5°C, 15 giorni oltre gli 8°C e 6 giorni oltre i 10°C con una punta di 13.2°C il giorno 20 Giugno. Anche nei giorni precedenti al drammatico crollo, la situazione termica in alta quota è particolarmente anomala, considerando i primi tre giorni di Luglio la temperature media alla stazione di Punta Rocca (3250 m) è 6.6°C, quella delle minime è di 4.2°C e quella della massime raggiunge gli 8.9°C; si tratta di valori elevati in un contesto termico già anomalo in precedenza. Volendo fare il sunto, si può dire che l’inizio della stagione calda in alta quota sulle Dolomiti non aveva mai toccato valori mediamente così elevati nei precedenti 32 anni, con una situazione nivale mai così povera di neve.
Più di qualsiasi statistica, gli eventi degli ultimi anni su record di temperature in qualsiasi stagione, soprattutto in primavera, in estate e in autunno, su periodi sempre più lunghi senza gelo, evidenziano quanto il contesto termico tenda a mitigarsi in alta quota, più velocemente di quanto non accada nelle valli. Negli ultimi 30 anni, la media dei mesi più caldi in alta quota si è alzata di circa 2°C, ben più di quanto si potesse ipotizzare rispetto al riscaldamento globale, pur sapendo che il riscaldamento del sud-Europeo sarebbe stato maggiore per l’influenza impattante del forte riscaldamento delle acque superficiale del Mediterraneo, area considerata da molti climatologi come un “Hop Point” (Punto caldo).
Anche gli autunni diventano sempre più caldi in alta quota. Ad esempio se facciamo il confronto della quota dello zero termico nella libera atmosfera rilevato dai radiosondaggi della base militare di Udine Codroipo, negli ultimi anni lo zero termico medio estivo ed autunnale è 450-500 m più in alto di quanto non lo fosse negli anni 80. Quest’anno il 29 giugno la quota raggiunta dallo zero termico è stata di ben 5193 m, il più alto di sempre per quanto riguarda il mese in questione e il secondo valore dopo i 5195 m del 21 agosto 2022.
Non solo estate termicamente miti, ma anche autunni. Nell’ottobre 2022, come nel 2023, la mitezza in alta quota è stata inverosimile, l’ultimo citato è stato il mese di ottobre più mite in assoluto con +4,1° C sopra la media, almeno dal 1992 (inizio dei dati) con un valore oltre lo 0.9 percentile (evento raro) superando anche il 2001 e il 1995, già miti. Nel 2023 lo stesso mese di ottobre presenta nella prima decade uno scarto positivo di ben 7.3°C rispetto alla media 1991-2020; per la prima metà del mese rispetto alla media è di ancora di 5,1°C, valore eccezionale legato all’incredibile perdurare di un’ondata di calore a bassa quota e di grande mitezza in alta quota iniziata nella seconda decade di Settembre e finita il 14 ottobre. La media del mese rimane alta con uno scostamento positivo quasi identico a quello dell’ottobre precedente con 3.9°C. Anomalie termiche che secondo le proiezioni dei climatologi dovrebbero moltiplicarsi nei prossimi anni.
Ci sono dati significativi sull’aumento o sulla riduzione delle precipitazioni nevose negli ultimi anni?
In generale su tutte le Alpi la precipitazione nevosa è in forte diminuzione. L’elaborazione di dati centenari, relativi ai cm di neve fresca caduta stagionalmente, evidenzia nel trentennio climatico recente (1991-2020), una diminuzione più accentuata alle quote medio basse, ovvero al di sotto del 1500 m di quota. Al di sotto di questa quota, l’aumento generale della temperatura invernale è infatti più impattante sul regime pioggia/neve e sulla durata del manto nevoso al suolo.
Nella tabella I i dati di alcune stazioni storiche della montagna veneta relativi ai valori medi di precipitazione nevosa del trentennio 1961-1990, di quello recente 1991-2020 e della ultima stagione invernale.
| Stazione, quota | 1961-1990 | 1991-2000 | +/- (cm) | Inverno 2024-2025 | Serie storica | Record, cm, anno |
| Lago di Cavia, 2100 m | 691 | 591 | -100 | 379 | 1950-2025 | 1658 cm, 1951 |
| Arabba, 1630 m | 399 | 381 | -17 | 199 | 1927-2025 | 905 cm, 1951 |
| Andraz, 1440 m | 277 | 241 | -36 | 159 | 1923-2025 | 642 cm, 2014 |
| Gares, 1340 m | 484 | 392 | -92 | n.d. | 1971-2025 | 906 cm, 2014 |
| Cortina d’A., 1200 m | 299 | 204 | -95 | 65 | 1927-2025 | 743 cm, 1951 |
| Falcade, 1200 m | 344 | 265 | -79 | 73 | 1923-2025 | 1150 cm, 1951 |
| Auronzo, 857 m | 112 | 83 | -29 | 24 | 1923-2025 | 213 cm, 2014 |
| Ghirlo, 750 m | 144 | 97 | -47 | 7 | 1954-2025 | 300 cm, 1960 |
| Belluno, 420 m | 32 | 30 | -2 | 3 | 1972-2025 | 103 cm, 2006 |
| Feltre, 280 m | 87 | 43 | -45 | 10 | 1961-2025 | 180 cm, 2006 |
| Tonezza, 1100 m | 207 | 188 | -19 | 59 | 1921-2025 | 439 cm , 1978 |
| Asiago, 1000 m | 170 | 119 | -51 | 39 | 1923-2025 | 443 cm, 1984 |
Il confronto fra i 2 trentenni evidenzia una diminuzione significativa della precipitazione, valutabile in 80 -100 cm che è un valore importante come valore medio oltre i 1200 cm di quota
Analizzando i valori cumulati mensili, appare evidente che nevica di meno nel mese di febbraio in quota e nei mesi di gennaio e marzo alle basse quote.
Questo aspetto si ripercuote anche sugli spessori medi di neve al suolo. Nelle Figure 1 e 2, relativi alle Alpi italiane, i valori medi di spessore del manto nevoso al suolo (HS) sempre per i 2 trentenni climatici (1961-1990 e 1991-2020) e gli ultimi 5 anni (2021-2025). Confrontando gli andamenti delle curve color azzurro e rosso, è possibile apprezzare la diminuzione di spessore della neve al suolo sia a bassa quota (sotto i 1500 m) che in quota (oltre i 1500 m). Gli effetti della minor precipitazione nevosa sono ben evidenti.
Di rilevanza anche la riduzione nei 5 anni recenti.
Con la minor neve, anche la durata stagionale del manto nevoso al suolo ne risente, soprattutto ad inizio stagione e nei mesi di marzo e aprile. Infatti, alle basse quote, l’aumento delle temperature osservato nei mesi di marzo e aprile, ha come effetto anche una rapida fusione del manto nevoso e un accorciamento della permanenza della neve al suolo, valutata in complessivi 13 giorni con uno spessore di neve di almeno 5 cm. Questo comporta, assieme all’aumento delle temperature, anche una anticipata e rapida crescita dell’erba sui pascoli alpini.
E’ da rilevare che su tutte le Alpi, la quantità di precipitazione invernale, espressa come mm di precipitazione (neve fusa+pioggia) non è variata ed ha una tendenza all’incremento. E’ proprio la precipitazione nevosa che è venuta meno. Infatti, almeno negli ultimi 30 anni, è stato osservato un aumento degli eventi di pioggia sulla neve nei mesi invernali anche sulla montagna veneta. Recenti ricerche evidenziano un aumento di 400-500 m del limite delle nevicate nel mese di febbraio, posizionandosi oltre i 1500 m di quota.
Questa situazione di una accertata minor precipitazione nevosa, di minor permanenza della neve al suolo e di spessori inferiori rispetto ad un tempo, ha delle notevoli ripercussioni su diversi aspetti ambientali, economici come lo sci e sulla disponibilità della risorsa idrica nivale (SWE).


Qual è il trend relativo alla fusione dei ghiacciai dolomitici?
La diminuzione della precipitazione nevosa, assieme ad elevate temperature estive contribuiscono ad un bilancio negativo dei ghiacciai delle Dolomiti, con maggior scomparsa del ghiaccio esistente rispetto a quello che si forma o che si poteva formare
Le temperature estive sulle Dolomiti hanno un trend di 0,68 °C ogni 10 anni maggiore che nelle Alpi Svizzere. Quindi abbiamo estati più calde rispetto a 30 anni fa, che facilitano la fusione del manto nevoso invernale, la comparsa del ghiaccio e quindi la sua fusione. Oggi la linea di equilibrio dei ghiacciai, ovvero la quota dove rimane il 60% della neve invernale, è collocata oltre i 3000 m, ossia oltre le cime più elevate delle Dolomiti.
Dopo l’ultima espansione dei ghiacci delle Dolomiti che hanno potuto osservare i nostri bisnonni (fine ‘800), è iniziato un lento periodo di ritiro, intervallato da sporadiche avanzate come negli anni ’80. Dal 1980 ad oggi, i ghiacciai, un po’ di tutto il mondo, sono in forte ritiro. Quelli delle Dolomiti, per le loro peculiarità, essendo collocati ad una quota medio bassa (inferiore ai 3300 m) e non essendo molto grandi, sono ancor più sensibili alle variabili climatiche come la nevosità e le miti temperature estive.
Sulle Alpi e sulla montagna veneta possiamo visivamente osservare una riduzione dello “spazio” che occupano i ghiacciai sia come superficie che come volume. Se nel 1980 la superficie dei principali ghiacciai delle Dolomiti (Marmolada, Popera, Cristallo, Sorapiss, Antelao, Travignolo e Fradusta) era di oltre 4 km2 (nel 1905 la sola Marmolada misurava oltre 5 km2), già nel 2010 era ridotta a 2,7 km2 e nel 2023 1,81 km2 (-56% rispetto al 1980) (Fig.3).

La riduzione della superficie non è però simile in tutti i ghiacciai. Dove la copertura detritica superficiale è abbondante, come nel Popera Alto, nel Travignolo e nel Sorapiss, sono state osservato solo piccole perdite di superficie, soprattutto nell’ultimo decennio. I ghiacciai che hanno subito la maggiore riduzione di superficie dagli anni ’80 sono la Fradusta (-89%) e la Marmolada (-60%). Questi due ghiacciai sono anche gli unici che si sono segmentati in corpi glaciali minori, con la parte inferiore della Fradusta (Fradusta Inferiore) che è ora è estinto. Tutte le variazioni areali sono quasi completamente dovute all’arretramento delle fronti glaciali, tranne che per la Marmolada, dove si sono verificate riduzioni significative anche nelle sue porzioni superiori.
Il ghiacciaio della Marmolada, da solo, è ancora il più grande ghiacciaio delle Dolomiti, contribuendo al 66% delle perdite di superficie totali dagli anni ’80, e attualmente rappresenta il 55% dell’area totale dei ghiacciai delle Dolomiti. È passato dai 3 km2 circa del 1970 a meno di 1 km2 nell’estate del 2024!
La accelerata perdita di volume dei ghiacciai degli ultimi anni, se progredirà allo stesso ritmo per la Marmolada, porterà alla scomparsa del ghiacciaio in 15-25 anni come hanno evidenziato alcuni recenti lavori. Le lingue glaciali ridurranno la loro estensione separandosi e frammentandosi in porzioni, si di ghiaccio, ma senza continuità tale da definirlo ancora “Ghiacciaio della Marmolada”.

La perdita di massa glaciale, il ricoprimento di detrito che precipitano dalle rocce laterali e dalle falde, in alcuni siti ha determinato il ricoprimento totale della massa di ghiaccio, trasformato la zona glacializzata in rock glacier. Anche i rock glacier risentono della fusione del ghiaccio interno e la loro superficie è sempre in movimento e in alcuni casi con collassi importanti e origine di movimenti franosi o di laghi effimeri.
Quali rischi comporta l’innalzamento delle temperature per la stabilità del territorio, ad esempio le valanghe?
L’aumento degli episodi di pioggia su neve durante la stagione invernale ha evidenziato un incremento degli eventi di valanghe spontanee di medie e grandi dimensioni. Queste valanghe di neve bagnata di superficie o di fondo, che di norma venivano osservate a fine stagione (aprile e maggio), ora si verificano anche durante i mesi tipicamente invernali (gennaio e febbraio). Gli eventi sono sempre relegati a poche giornate e spesso circoscritti a vallate.
Inoltre è stato osservato una crescita delle situazioni di valanghe da slittamento non solo ad inizio stagione. Le valanghe da slittamento sono lente, imprevedibili, si evidenziano con delle prime rotture a bocca di balena ed interessano tutto lo spessore del manto nevoso. Poi collassano improvvisamente, a volte dopo giorni che si sono attivate. Sono concomitanti a spessori elevati di neve al suolo che si viene a formare sul terreno autunnale ancora caldo. Lo strato di neve a contatto con il terreno diventa fradicio di acqua generando una instabilità basale. Questo fenomeno si verifica anche nel cuore dell’inverno quando nevica su il terreno senza neve o in primavera. Spesso è associato a pioggia su neve con temperature miti dell’aria che riscaldano tutto il manto nevoso.

C’è una tendenza evidente di disponibilità di neve naturale durante la stagione turistica invernale?
La generale riduzione della precipitazione nevosa, specie alle basse quote, la richiesta di disporre di spessori di neve maggiori sulle piste per poterle preparare adeguatamente (40 cm per le piste di sci nordico, dai 40 agli 80 cm per le piste di sci alpino), ha fortemente contratto il numero di piste sciabili specie alle basse quote.
Se negli anni ’70 inizi ’80 erano aperti impianti di risalita a bassa quota come ad Agordo, Santo Stefano di Cadore, Col Indes, Caviola, Colle Santa Lucia, i molteplici nelle Prealpi, da Monte Rivon sul Monte Grappa a Novezza del Monte Baldo, oggi lo sci è sostenibile solo in alta quota dove è possibile predisporre delle piste con neve programmata.
Un importante indicatore è dato dalla quota della neve affidabile o sciabile, definito come la quota dove lo spessore della neve naturale rimane per almeno 100 giorno con uno spessore di 30 cm. E’ un indicatore discutibile ma viene utilizzato a livello mondiale come indice. Per la Alpi italiane, questa quota è in innalzamento di molto, passando dai 1550 m circa del periodo 1961-1990 a quasi 1900 m nel trentennio recente (2071 m nella stagione recente).
L’aumento delle temperature che si fa sentire anche nel mese di novembre, ha ridotto il numero di ore utili per produrre neve programmata e quindi le possibilità, specie alle basse quote, potenzialmente sono inferiori. Occorre anche dire che i sistemi di produzione della neve hanno migliorato di molto la loro efficienza negli ultimi anni.

Che ruolo ha l’attività di monitoraggio del Centro Valanghe di Arabba nel supportare le comunità locali ad adattarsi in merito ai nuovi scenari climatici?
L’Unità Organizzativa Neve e Valanghe – Centro Valanghe di Arabba è una struttura incardinata nel Dipartimento Regionale per la Sicurezza del Territorio di ARPAV e si occupa, tra i vari argomenti, di allertamento per il rischio valanghivo e supporto all’allertamento meteorologico per il territorio montano della Regione Veneto; il Centro fornisce inoltre supporto all’Ufficio che si occupa dello studio dei Cambiamenti Climatici, con particolare riferimento agli ambiti di alta quota e alla criosfera.
Nell’ambito delle attività sopra richiamate il Centro Valanghe di Arabba è al servizio delle comunità locali principalmente garantendo il monitoraggio del territorio e gestendo le situazioni critiche legate agli allertamenti. Le previsioni meteorologiche e del pericolo valanghe sono uno strumento di supporto alla popolazione, oltre che agli amministratori, per poter prevenire, per quanto possibile, gli effetti di quegli eventi estremi che, come già detto nei punti precedenti, stanno assumendo una sempre maggiore intensità e frequenza.
Lo studio degli effetti dei cambiamenti climatici sui delicati ambiti di alta quota fornisce inoltre un necessario supporto alla gestione del territorio, anche in termini di pianificazione e gestione dei così detti rischi residui (es il rischio valanghivo); l’evoluzione di tali rischi è infatti direttamente correlata con gli effetti che i Cambiamenti Climatici operano sul territorio, e la conoscenza e il monitoraggio dei parametri che determinano tali effetti è un significativo supporto alle scelte che gli amministratori dovranno operare nel futuro.




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