Con il mercoledì delle Ceneri ha inizio la Quaresima, il periodo di quaranta giorni che prepara alla Pasqua. Solitamente questo, uno dei periodi “forti” dell’anno liturgico, è interpretato e vissuto da molti come un tempo penitenziale, un tempo di rinunce. C’è del vero, naturalmente: tra le pratiche di pietà proprie della Quaresima è annoverato il digiuno, che accompagna in alcune occasioni – le Ceneri e il Venerdì santo – la preghiera e la meditazione del mistero di passione e morte del Signore, ma il primo significato non è quello della rinuncia, bensì quello della riscoperta della grazia battesimale, un ritorno all’essenziale della vita cristiana, una sorta di “reset” di abitudini, atteggiamenti, modi di agire, che non sono coerenti con la vocazione cristiana, radicata nel battesimo, che attende di essere vissuta in pienezza nell’orizzonte della Pasqua.
Il tempo del deserto, tempo della prova e della preghiera, tempo del distacco da ciò che non è essenziale per andare incontro alla Parola che salva, è anche tempo del cammino, quello che Gesù compì dopo l’evento della Trasfigurazione in direzione di Gerusalemme, cioè verso il compimento della Passione. È un cammino che esige determinazione, consapevolezza della méta verso cui si è diretti, e consapevolezza della chiamata che accompagna la nostra esistenza.
Mi colpisce vedere come nella vita dell’Abm si intreccino con frequenza momenti di dolore per il distacco da quanti hanno donato il loro contributo alla vita dell’Associazione con la resilienza del legame con le radici. Convivono la fragilità dell’esistenza, capace di segnare di incertezza il futuro, con la tenace volontà di preservare i legami che fondano la fraternità e di trasformare la vicenda umana in cui ciascuno è immerso in occasione di comprensione del dolore altrui e dunque di solidarietà. Tra l’operosità del presente e il filo che lo collega alle radici sembra vi sia uno spazio per la speranza, capace di vincere la fragilità delle vicende dei singoli.
In realtà proprio nel mistero pasquale appare chiaro come la fragilità che ci caratterizza come creature non abbia l’ultima parola, ma costituisca, specie nei momenti di forte disorientamento, la ragione di un abbandono fiducioso al Risorto, che ha vinto il limite e la fragilità per tutti. Dunque, un tempo da dedicare alla preghiera, al silenzio, alla carità operosa è dono prezioso per leggere i segni della storia e della esistenza personale: “Quando cominceranno ad accadere queste cose, risollevatevi e alzate il capo, perché la vostra liberazione è vicina” (Lc 21,28).
Diacono Francesco D’Alfonso




0 commenti