Note sulla dinamica demografica del nostro Paese

Redazione | 11 febbraio 2025 alle 14:50 | 0 commenti

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Prima di entrare nel merito del tema affrontato, reputo opportuno riservare sintetici cenni alle caratteristiche evolutive della popolazione residente nel nostro Paese. Come ben sappiamo, le variazioni di questo aggregato dipendono per un verso dal movimento “naturale” (nascite e morti) e per l’altro dal movimento “migratorio” (immigrazione ed emigrazione).

Tra il 1876 e il 1976 l’Italia ha vissuto una lunga stagione migratoria: circa 26 milioni di nostri connazionali hanno lasciato la loro terra – e la condizione di disagio nella quale vivevano – trasferendosi in altri Paesi, anche se non sempre in via definitiva (numerosi sono stati i rimpatri). Si è trattato di quello che è stato definito il più grande esodo di persone mai registrato da una nazione.
In ogni caso la popolazione accertata dai 15 censimenti generali effettuati dal 1861 al 2011 è risultata in costante crescita, passando da 26,3 a 59,4 milioni di residenti grazie a un tasso di natalità (rapporto tra il numero dei nati vivi nell’anno e la popolazione media, moltiplicato per mille) che solo dalla metà degli anni Sessanta dello scorso secolo ha iniziato a calare vistosamente.

Molte sono le novità che si sono registrate sul versante delle migrazioni interne. Negli anni del boom economico, dal 1958 al 1963, molti abitanti delle regioni meridionali, nelle quali c’era ancora un’alta percentuale di attivi in agricoltura, si sono trasferiti in quelle del cosiddetto “triangolo industriale”. Si è parlato di “urbanizzazione”, intesa come afflusso di popolazione verso i centri urbani di maggiore dimensione, di “periurbanizzazione” rispetto al fenomeno della crescita demografica dei comuni dell’hinterland delle grandi città e di “litoraneizzazione” della popolazione per il progressivo avvicinamento del baricentro alla costa nelle regioni peninsulari. Importanti sono inoltre state le dimensioni assunte dallo spopolamento dei comuni montani. Tra il censimento del 1951 e la fine del 2019, la popolazione residente in questi comuni (quasi un terzo dei comuni italiani) è passata dal 17,5 al 12,1 per cento.

Verso la metà degli anni Settanta, l’Italia ha conosciuto un’inversione di tendenza nei movimenti migratori: da Paese di emigranti è diventata gradualmente area di immigrazioni, adeguando, anche sotto questo profilo, la propria situazione a quella dei Paesi maggiormente sviluppati. Sono ormai più di cinque milioni gli stranieri stabilmente residenti nel nostro Paese.

Venendo all’attuale dinamica demografica, in un report diffuso l’11 febbraio 2020 l’Istat afferma che la popolazione residente prosegue il suo trend di diminuzione iniziato nel 2015: in particolare le evidenze documentano ancora una volta bassi livelli di fecondità. Viene altresì osservato che il ricambio naturale della popolazione appare sempre più compromesso. Nel 2019 si registra in Italia un saldo naturale pari a -212 mila unità, frutto della differenza tra 435 mila nascite e 647 mila decessi. Si tratta del più basso livello di ricambio naturale mai espresso dal Paese dal 1918. Ciò comporta – precisa sempre l’Istat – che il ricambio per ogni 100 residenti che lasciano per morte sia oggi assicurato da appena 67 neonati, mentre dieci anni fa risultava pari a 96.
Viene altresì rilevato che il saldo migratorio netto generale della popolazione residente, pari a +143 mila unità, è la somma di due componenti di segno opposto, l’una positiva, dovuta alla popolazione straniera, l’altra negativa, dovuta al comportamento migratorio degli italiani.

In un successivo report relativo alla presentazione del bilancio demografico nazionale del 2019, diffuso il 13 luglio 2020, già nel titolo (“Prosegue la crisi demografica”) risulta chiaro il messaggio che il nostro Istituto di Statistica vuole lanciare: i dati confermano la persistenza del declino demografico che ha caratterizzato gli ultimi cinque anni. Rispetto all’anno precedente si registra infatti un nuovo minimo storico di nascite dall’unità d’Italia. Il processo di invecchiamento della nostra popolazione fa passi in avanti.
Le notizie recentemente fornite sulla dinamica demografica durante la pandemia da Covid-19 (mi riferisco al report Istat del 26 marzo 2021) evidenziano gli effetti prodotti dall’epidemia, che ha naturalmente accentuato la crisi demografica. Mi ha in particolare colpito il crollo significativo dei matrimoni e delle unioni civili: già in calo nel 2019, si sono ridotti nel corso del 2020 del 47,5 per cento.

È necessario che una riflessione su quanto sta accadendo passi dall’ambito ristretto dei cultori di una specifica disciplina quale è la demografia, a uno più ampio dal quale possano scaturire decisioni di indirizzo politico. Ritengo, ad esempio, che le misure che si stanno studiando per incrementare l’occupazione femminile siano da sostenere per l’impatto positivo che possono avere sulla crescita della natalità.

Antonio Cortese

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