Linda Sasset. Da Sedico a New York

Redazione | 27 gennaio 2025 alle 16:53 | 0 commenti

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«Dall’Italia te ne devi andare se vuoi raggiungere una posizione professionale decente, se vuoi evitare di andare avanti con contrattini di poche centinaia di euro, che durano al massimo un anno». È un giudizio duro quello di Linda Sasset, 38 anni di Sedico, laureata in Biotecnologie prima a Padova e poi a Trieste dove ha fatto la specialistica, che attualmente vive a New York dove lavora al Well Medical College della Cornell University studiando il comportamento di una classe di lipidi, gli sfingolipidi, nelle malattie cardiovascolari e nel diabete. Linda Sasset è la più giovane dei bellunesi premiati a Sedico, lo scorso novembre, con il riconoscimento che viene dato dalla Provincia di Belluno, dall’Abm e dal Rotary Club ai bellunesi che si fanno onore in Italia e nel mondo. Ma se il giudizio della ricercatrice è duro per quanto riguarda il post laurea non lo è invece per il tipo di istruzione che esiste in Italia, dalle elementari all’Università. «Non cambierei il percorso scolastico che ho fatto in Italia con quello di altri Paesi. Siamo di sicuro sopra agli americani: abbiamo una flessibilità per imparare, per cambiare, per risolvere i problemi che altri non hanno. Di fronte ad un ostacolo, un americano si “pianta”: apriti cielo».

Quindi il consiglio da dare ad un giovane è andarsene?
«Ognuno ha la propria sensibilità, le proprie esigenze, il proprio carattere. Comunque andare all’estero, anche in Europa, è sicuramente importante, apre la mente vedere come lavorano gli altri, confrontarsi con gli altri. All’inizio a New York ero in crisi, non avevo mai avuto il desiderio di visitarla o viverci, è stato un vero choc culturale. Pensavo perfino di tornare poi ho superato i problemi e ora la considero la mia casa».

Quale è stato il suo percorso dopo la laurea?
«Per la laurea dovevo fare un anno di tirocinio in un laboratorio di ricerca. Io l’ho fatto al Centro internazionale per la ingegneria genetica e biotecnologia di Trieste, un istituto creato dall’Onu, dove si lavora fianco a fianco con persone che arrivano da tutto il mondo. Alla fine ci sono rimasta fino al 2015, dopo la laurea nel 2010».

Da Trieste a New York: come è andata?
«In realtà non volevo andare così lontano, prima ho cercato in tutta Europa per una posizione da post dottorato, ma nessuno mi ha voluto. Poi ho trovato un annuncio per New York. Ho fatto il colloquio on line e quella che oggi è il mio capo mi ha detto: entro lunedì mi devi dare una risposta. Era venerdì, ho ovviamente detto di sì».

Come è stato l’ambientamento a New York?
«Difficile, per fortuna l’Università mi ha trovato casa, altrimenti sarebbe impossibile affittare un appartamento appena arrivata. Sono partita ad aprile e tornata a Sedico a Natale, contavo i giorni. La vita lì è caotica, molto costosa, e poi ero da sola. Superata la crisi, dopo sette anni New York ora è la mia casa».

In che cosa consiste il suo lavoro?
«Studio gli sfingolipidi, una classe eterogenea di molecole e i loro meccanismi di azione in malattie diffuse come quelle cardiovascolari e il diabete. Siamo un piccolo gruppo di ricercatori, tre più il capo e solo ora dopo il Covid sono riprese le assunzioni».

Quando ha potuto tornare in Italia?
«Solo adesso, dopo tre anni e mezzo. C’erano problemi per i visti e non solo per il Covid, per fortuna da un mese ho ottenuto la green card dopo una odissea burocratica: carte su carte per dimostrare che il lavoro che svolgo negli Usa è importante per il Paese e che nessun americano lo fa. Ho dovuto chiedere referenze a persone sconosciute che però avevano citato il mio lavoro nei loro studi. Mi ha scritto una referenza anche un giapponese».

C’è una ipotesi di rientro in Italia nel suo futuro?
«No, prima di tutto per motivi lavorativi, per le soddisfazioni professionali accompagnate da stipendi adeguati. Sto anche cambiando lavoro, per passare dall’ambiente universitario alle aziende private e dalla ricerca pura alla ricerca applicata alle cure».

Marcella Corrà

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