Bambini che vivevano in modo clandestino in Svizzera o che erano messi in orfanatrofio senza essere orfani, o lasciati dai parenti in Italia, lontani dai genitori. Chi vive in Svizzera sa bene che queste condizioni di vita dei lavoratori stagionali non sono cose del passato, degli anni Sessanta e Settanta. La discriminazione nei confronti dei lavoratori stagionali e l’impossibilità per loro di avere i figli vicini sono iniziate nel 1934 e sono continuate fino al 2002, quando la Svizzera è entrata nel mercato europeo del lavoro e ha dovuto modificare la legge. Ma solo gli europei hanno visto cambiare la loro condizione di vita e lavoro, chi è fuori dalla Ue si ritrova spesso ad essere un clandestino.
Paola De Martin, quasi sessantenne, docente di storia e sociologia del design al Politecnico di Zurigo, vincitrice del “Premio ai bellunesi che onorano la provincia in Italia e nel mondo” ha vissuto sulla propria pelle la condizione di neonata separata a tre mesi dai genitori e allevata dagli zii a Tisoi, fino a quando finalmente il padre ha ottenuto un lavoro annuale, con il diritto di vivere con i figli. «Avevo quattro anni – ricorda – quando è successo, ero vissuta con gli zii da quando avevo tre mesi fino all’anno e mezzo. Poi sono tornata in Svizzera con un visto turistico e quindi da clandestina. Per i miei genitori, e mia madre in particolare, la separazione è stato un vero trauma, da cui non si sono mai completamente ripresi. Un trauma storico intergenerazionale che ha coinvolto 500mila famiglie e un milione di bambini, il 70-80 per cento italiani, ma poi anche portoghesi, turchi, dell’Europa balcanica. È stata una legge che ha colpito soprattutto i lavoratori poveri, non gli stranieri con un titolo di studio o con una specializzazione tecnica».
I genitori della docente hanno la loro origine a Bolzano Bellunese e Tisoi, lei è nata a Zurigo e in Svizzera ha sempre vissuto, a parte il periodo passato dagli zii. È diventata dapprima maestra elementare, ha proseguito occupandosi del settore tessile, poi dopo la crisi del tessile ha ripreso gli studi diventando storica del design con un dottorato in storia dell’arte dell’Eth di Zurigo.
Oltre al lavoro di docente e di ricercatrice di storia, si occupa da tempo di volontariato: ha infatti fondato l’associazione “Tesoro” che si prefigge di aiutare le famiglie di emigranti in Svizzera.
«Il trauma dei genitori che hanno subìto il distacco dai figli è stato poi trasmesso ai figli stessi: i più giovani a cui è toccata questa condizione hanno la stessa età dei miei studenti del Politecnico. Io sono riuscita a prendere coscienza di quello che è accaduto alla mia famiglia e grazie alla terapia ho potuto superare il trauma. Ma ci sono persone che non hanno risorse, o energia o talento creativo (per me fondamentale). Il sintomo prevalente che riscontro nelle persone che cerco di aiutare con l’associazione è un blocco nei rapporti interpersonali, la depressione, perfino la tendenza al suicidio», spiega la professoressa De Martin.
Di recente è stata organizzata una mostra che ha cercato di raccontare il fenomeno e da dove sono emerse storie di cui nelle stesse famiglie si parla poco.
«Quello che gli svizzeri non volevano, era l’integrazione con gli stranieri. Sono gli anni in cui prende piede la proposta di un politico di destra James Scharzenbach». Nome molto noto anche nel Bellunese, l’uomo che voleva espellere 300mila emigranti, con un referendum che doveva limitare il numero di stranieri con diritto di residenza al 10 per cento per ogni cantone, esclusa Ginevra che avrebbe avuto il 25 per cento. Il referendum non passò, votò no il 54 per cento degli svizzeri.
«Ma la vicenda non si è risolta con quel referendum, ce ne sono di continuo, più o meno uno ogni due anni, l’anno prossimo ce ne sarà un altro. D’altra parte, l’estrema destra è molto forte in Svizzera, circa il 30 per cento».
Quindi la situazione non è cambiata molto rispetto a 60 anni fa? «Quando la Svizzera è entrata nel mercato europeo del lavoro ha modificato la legge, ma solo per i lavoratori stagionali dell’Europa, non per gli altri. Ad esempio, nella zona di Friburgo ci sono moltissimi stagionali kosovari: all’indomani della modifica della legge sono diventati tutti clandestini, senza diritti. La polizia ferma le persone con la pelle più scura e le rimanda a casa, separando di fatto le famiglie e creando dei terribili traumi. Ma qui ci sono delle strane regole: se vivi per cinque anni senza fare rumore, senza commettere reati, puoi chiedere di essere messo in regola».
La vita in Svizzera ha degli aspetti positivi e altri meno: «Fanno un certo giochetto con gli stranieri, il sempre valido “dividi et impera”. Prima gli italiani erano disprezzati, poi sono diventati bravi e laboriosi, e il disprezzo è passato ai turchi e ai portoghesi. Dividendoli si gestiscono meglio».
L’associazione “Tesoro” continua il suo lavoro con l’appoggio anche di molti svizzeri, con un obiettivo, sicuramente ambizioso: «Vogliamo che la nostra storia venga riconosciuta e risarcita. Non so se si arriverà a delle scuse vere e proprie: come associazione abbiamo incontrato ministri e cancellieri federali, stiamo lavorando perché la storia non resti nascosta ma diventi parte della memoria».
Prima di tutto occorre rompere il silenzio delle vittime, farsi raccontare quello che hanno vissuto: «Ci aiutiamo a vicenda, facendo comunità e passando momenti di festa».
Marcella Corrà




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