L’epopea di Serafino Follin. Nel 1926 salpò da Genova per cercare fortuna in Argentina

Redazione | 24 dicembre 2024 alle 10:17 | 0 commenti

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«Buen día Stefano. No tengo palabras para agradecerles. Este homenaje a mi nonno e inmigrantes es más de lo que hubiera pensado. Y va mi alegría al cielo sabiendo que todo los documentos y fotos que guardó mi madre tuvieron este destino. Gracias a uds por cruzarse en nuestras vidas».

Finisce così, con un lieto fine, una storia commovente che parte da lontano e che ha per protagonista Serafino Follin, nato nel 1904 a Ponte nelle Alpi, in provincia di Belluno, che all’età di ventidue anni, nel 1926, partì dal porto di Genova per raggiungere l’Argentina in cerca di un futuro migliore. Tutto è iniziato dal porto di Genova quasi un secolo fa e il cerchio si è chiuso ancora a Genova, ancora una volta al porto, nella Saletta delle Arti del Galata Museo del Mare, che quest’anno compie vent’anni e che dal 14 marzo al 14 aprile ha ospitato la mostra di Giovanni Cerri “L’Italia che partiva. Via mare verso l’America”, a cura di Barbara Vincenzi. Un’esposizione diversa dalle altre, palpabile e viva, che ha riportato l’attenzione su uno dei fenomeni sociali e culturali più pregnanti della storia italiana, con oltre sei milioni di italiani che tra il 1876 e il 1930 lasciarono il proprio paese per raggiungere l’America. Fra di loro anche Serafino Follin, che scelse l’Argentina, e precisamente Concepción del Uruguay, nella provincia di Entre Rios, sulla riva occidentale del fiume Uruguay, a circa 320 chilometri da Buenos Aires. A raccontarlo all’artista è stata Leda Vecco, nipote di Serafino Follin, che oggi vive a Buenos Aires con la sua famiglia e che, in vacanza in Italia con il marito Daniel Fernández Romero, ha voluto donare il passaporto originale del nonno all’artista, che lo ha poi esposto durante tutta la durata della mostra: «Quando ho visto le opere di Giovanni Cerri ho capito che era stato il destino a condurmi lì. I suoi quadri trasmettono tutto quello che ha significato per milioni di italiani lasciare la propria patria per iniziare una nuova vita in un altro continente. Ho pianto ma allo stesso tempo ero serena perché mio nonno, in qualche modo, tornava laddove tutto era iniziato. Mio nonno partì a bordo di una grande nave in cerca di fortuna dopo aver svolto il servizio militare negli Alpini. Qualche mese dopo lo raggiunse anche mia nonna Maria D’Inca e dal loro matrimonio sono nate mia madre Delia Luisa nel 1928, e sette anni dopo mia zia Lidia Evi».

Che ricordo ha Leda di suo nonno? «Nonno Serafino ho potuto godermelo solo fino all’età di dieci anni, quando morì tragicamente nel settembre del 1978. Era una persona estremamente generosa, sensibile, elegante, molto spirituale e soprattutto legatissimo alla sua famiglia – erano undici fra fratelli e sorelle – e alla sua patria, l’Italia. Mandava spesso soldi in Italia ai famigliari rimasti nel Bellunese, e nel 1969, durante una delle tante crisi economiche dell’Argentina, donò più di 25mila pesos al Comitato per la costruzione del nuovo ospedale italiano di Buenos Aires».

Stefano De Angelis

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