Roger Härtl. Medico, collezionista, alpinista e filantropo

Redazione | 04 dicembre 2024 alle 15:50 | 0 commenti

Tempo di lettura: 5 minuti
0:00 0:00

Vai subito al punto

Ottieni un riassunto chiaro dell’articolo con ChatGPT.

Riassumi con ChatGPT
Condividi con un amico:

Il dr. Roger Härtl ha recentemente prestato la sua importante collezione di fotografie di Vittorio Sella a “Oltre le Vette”(vedi articolo a pag. 36 ndr), che, in concerto con il Comune di Belluno, l’ha esposta al Museo Fulcis, assieme a prestigiosi libri antichi che pubblicano le foto di questo grande artista, considerato il più importante fotografo italiano di alpinismo. Presentandosi, il dr. Härtl ha voluto evidenziare le sue origini zoldane, da parte materna. Questo ci ha spinti a contattarlo, a New York, dove opera e vive, e a chiedergli di parlarci di sé e della sua famiglia.

Dr. Härtl, recentemente lei è stato a Belluno, per una mostra dedicata al grande fotografo Vittorio Sella, esposta per tutto il mese di ottobre al Museo Fulcis. Nel suo intervento ha parlato delle origini zoldane di sua mamma. Ci vuole raccontare la storia della sua famiglia? Innanzitutto, ringrazio per l’interesse dimostrato per la mia storia e le mie origini. Mia mamma era originaria di Forno di Zoldo. Come tanti altri di quella zona, la sua famiglia era impegnata nel settore del gelato. Mia mamma era una Lazzarin e la sua famiglia proveniva da Campo. I suoi avevano una gelateria in Baviera, dove sono nato. Da ragazza mia mamma lavorava in gelateria ed è proprio lì che incontrò mio padre, grande appassionato di gelato; si innamorarono e si sposarono. In effetti, ho trascorso i primi anni della mia vita a Zoldo, dove avevamo una casa a Dozza. Poi però ci siamo di nuovo trasferiti in Germania, dove sono cresciuto e dove ho studiato Medicina a Monaco di Baviera. Tuttavia, ritornavamo sempre a Zoldo e molti miei ricordi di bambino e adolescente sono fortemente legati a quei luoghi. Mio zio ci vive ancora ed ha casa a Campo. Un altro motivo, per il quale rientriamo regolarmente ogni anno, è mia nonna, Elia Campo Lazzarin, la matriarca della famiglia, che ha 97 anni e vive a Belluno.
La famiglia di mio padre, invece, è di origini austriache e bavaresi. Mio bisnonno era un soldato dell’Esercito austriaco durante la Prima Guerra Mondiale, in servizio a Sesto e a Dobbiaco; questo diventò il luogo di vacanza preferito della mia famiglia e perciò, anche da parte di mio padre, ci sentivamo attratti dalle Dolomiti, dove abbiamo trascorso le vacanze estive e invernali, facendo escursioni o sciando.

Il motivo della sua recente visita in Italia era dovuto proprio alla mostra, perché la collezione esposta è di sua proprietà. Quando è nata la sua passione per la fotografia e per l’alpinismo? Come dicevo, trascorrevamo gran parte delle nostre vacanze nelle Dolomiti, dove ho imparato a sciare e dove ho iniziato ad arrampicare. Sono salito su Tofane, Pelmo, Civetta e molte altre vette delle Dolomiti. Le mie scalate più importanti le ho fatte in Sud America – in Perù e Bolivia. Sono appassionato di sci alpinismo, che ho praticato nelle Alpi e in Nord America. Alcuni anni fa avevo visto le meravigliose fotografie delle Dolomiti del fotografo Paolo Lazzarin ed ho iniziato a collezionare i suoi libri. Ci siamo conosciuti ed è stato lui a presentarmi ai responsabili di “Oltre le Vette”. Sono sempre stato attratto dalla fotografia e, pertanto, la combinazione di montagne e fotografia è diventata una scelta naturale. Vivere e lavorare a New York è fantastico anche per gli incontri che si possono fare. Ho avuto la fortuna di conoscere un gigante della fotografia: Elliot Erwitt; grazie a lui, a Milano, ho conosciuto Gianni Berengo Gardin, e anche Paolo Pellegrin, il grande fotografo dell’agenzia Magnum. Elliot, visto il mio interesse per fotografie e giornalismo, mi consigliò di iniziare a collezionare fotografie. Quando vidi i lavori di Vittorio Sella, capii subito quale fosse la mia vocazione: una sorprendete miscela di eccellenza tecnica, padronanza artistica, esplorazione geografica e avventura. Ho avuto la fortuna di entrare in possesso della sua vasta collezione quando l’Appalachian Mountain Club di Boston decise di alienarla, circa una decina d’anni fa. Sono poi riuscito a trovare altre sue opere a delle vendite all’asta e attraverso mercanti di fotografia. Volevo conoscere a fondo la sua produzione fotografica, ma anche come veniva trattata in libri e pubblicazioni. Perciò iniziai anche a collezionare antichi libri che contengono le sue opere.

Ritorna spesso in visita a Zoldo? Ritorniamo tutti gli anni a trovare parenti e amici. Ora abbiamo la nostra base a Cison di Valmarino, dove ho acquistato una casa l’anno scorso. È un bell’edificio storico dove conservo la collezione di Sella e altri libri sulle Dolomiti.

Ora lei vive a New York, dove è direttore del reparto di chirurgia spinale al Weill Cornell Brain & Spine Center, ed è uno dei più stimati neurochirurghi degli Stati Uniti. Non solo l’Italia, anche la Germania, visti gli studi effettuati lì, perde i suoi professionisti migliori. Cosa ha determinato la scelta di trasferirsi negli Usa? Ho sempre amato New York dove mi sentivo a casa. Forse dipende dal mio viavai tra Dolomiti e Germania quando ero giovane. Ho faticato a capire dove avrei veramente voluto vivere. Il “melting pot” newyorchese mi ha fatto subito sentire a casa. Ho anche dei parenti in Canada, nella British Columbia. Mio bisnonno da Zoldo emigrò a Quesnel nel 1905, assieme a suo fratello. Lavoravano come fabbri nei selvaggi boschi della British Columbia. Alcuni anni più tardi si sposarono, per procura, con due sorelle di Zoldo, che poi si trasferirono in Canada. In seguito, mio bisnonno rientrò a Zoldo, ma abbiamo ancora degli stretti contatti con i nostri parenti canadesi: ecco un altro motivo per cui sono sempre stato attratto dall’America. Da un punto di vista professionale, la formazione e la pratica chirurgica negli Stati Uniti hanno davvero aperto l’opportunità di far parte di progetti all’avanguardia. Nel mio lavoro sono fortunato a vedere pazienti da tutto il mondo che vengono a New York per cure mediche.

Nel suo curriculum emerge anche il suo impegno per un progetto in Tanzania. Ce ne vuole parlare? Una delle esperienze più importanti che ho fatto, frequentando la facoltà di medicina, è stata lavorare per sei settimane in un ospedale nel Malawi, in Africa Centrale, nel 1990, durante l’epidemia di AIDS. Prendermi cura dei pazienti in Africa è stata un’esperienza straordinaria e mi ha fatto davvero capire perché amavo la Medicina e perché ho intrapreso questa professione. In seguito, da neurochirurgo qualificato a New York, ho avuto la grande fortuna di dover curare il neoeletto presidente della Tanzania, che per riconoscenza mi ha invitato nel suo Paese. Quando ci sono andato, una quindicina d’anni fa, ho trascorso un po’ di tempo lavorando in un ospedale e ho subito capito che avevano un enorme bisogno di insegnamento e formazione nella neurochirurgia. Da allora sono stato in grado di costruire un programma sostenibile che insegna e forma neurochirurghi, personale infermieristico e altri specialisti. Inizialmente c’erano soltanto tre neurochirurghi per 40 milioni di cittadini. Ora abbiamo aumentato la capacità a più di 20 neurochirurghi e abbiamo introdotto molte nuove tecnologie e protocolli che aiutano i chirurghi là presenti a prendersi cura di pazienti con lesioni alla testa, con idrocefalo, traumi spinali e altre malattie neurologiche. Questa è una delle esperienze più preziose della mia carriera. In uno dei prossimi viaggi, vorrei abbinare il lavoro umanitario a un viaggio in Uganda per visitare i monti Ruwenzori – le montagne della luna – che furono scalati e fotografati per primi, ovviamente, da Sella e dal Duca degli Abruzzi e dal loro team. Quindi, vede che c’è sempre una connessione e tutto riporta alle montagne.

Irene Savaris

0 commenti

Invia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

Ultimi articoli pubblicati

Notizie correlate