Viaggio nella spiritualità: “Pellegrini di speranza”

Redazione | 05 febbraio 2025 alle 17:34 | 0 commenti

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La celebrazione del Giubileo, fin da quello indetto nel 1300 da Papa Bonifacio VIII, presenta un tratto caratteristico: lo spostarsi di masse di pellegrini i quali, superando prove talvolta molto impegnative e non pochi pericoli, lasciano le loro case, le loro attività, la vita mondana, per recarsi ad una meta che li attrae con il richiamo del perdono (la grande “perdonanza” celestiniana a L’Aquila nel 1294, le indulgenze nel pellegrinaggio a Roma sei anni dopo) e, dunque, di un lavacro di purificazione, di un superamento del senso di colpa e del peccato, di ripresa di un cammino di fede rinnovata.  Si trattava di un confronto serio con Dio e con sé stessi.

La forza che spingeva i pellegrini a mettersi in cammino era certamente la speranza di una rigenerazione, di una vita riposizionata sul suo centro. Papa Francesco ha ripreso il tema della speranza ponendolo come condizione e frutto insieme dell’anno giubilare, la cui bolla di indizione ha come titolo appunto la speranza che non delude (Spes non confundit). In realtà tutti sperano in qualcosa, pur non avendo consapevolezza di cosa riserverà loro il futuro. Certo si spera in una vita o in un mondo migliore, ma questa è una speranza che si intreccia con l’imprevedibilità del futuro, dice il Papa nella bolla di indizione, che “può far sorgere sentimenti a volte contrapposti: dalla fiducia al timore, dalla serenità allo sconforto, dalla certezza al dubbio”. L’augurio è che ciascuno possa scoprire in questo cammino le ragioni per non arrendersi alla tristezza o alla sfiducia e per porsi magari come sostegno a chi vacilla o fa più fatica, ponendo dei segni di speranza, come l’impegno nel costruire la pace, l’accoglienza e il rispetto per la vita, la ricerca della giustizia nei rapporti tra i popoli.

Un amico mi ha chiesto: ma quando si parla di speranza, di quale speranza parliamo? Di quella di Pierino (“speriamo che io me la cavo”?) Che valore ha una speranza per questo tempo, per questa vita? Credo che ogni persona desideri un cambiamento positivo e viva un’attesa di bene, e soprattutto desidera che la sua vita abbia senso pieno. Non credo siamo tutti consapevoli del fatto che la vita ha senso pieno quando realizziamo la nostra vocazione, la chiamata che è per ciascun uomo e ciascuna donna di questa umanità. Scoprire a quale meta siamo chiamati, quale cammino ci sia posto davanti, è possibile grazie alla parola di Dio, che svela all’uomo sé stesso e illumina i suoi passi. La speranza di felicità, di amore, di giustizia, di bene, è ciò che solo dà senso alle fatiche del cammino. Ma non può essere vissuta da soli: la speranza nasce dalla parola di Dio, che mostra l’agire di Dio con gli uomini e indica le vie della fraternità e della compassione verso i più deboli. Questa parola trova la sua verità nella dinamica delle relazioni. Se la speranza è il sogno che il bene promesso si realizzi, deve realizzarsi per coloro che ci sono accanto e per coloro che incontriamo.

Francesco D’Alfonso diacono

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