Oltreoceano o in Europa, l’emigrazione italiana ha fatto la storia del Jazz. Se n’è accorto, da appassionato del genere, Gianluca Galli (bellunese di Mel). Collezionando vecchi dischi 78 giri – «quelli in gommalacca, che si ascoltavano nei grammofoni» – ha iniziato a notare una considerevole presenza di musicisti il cui cognome rimandava a chiare, o talvolta solo sfumate, origini italiane.
Da qui, scavando nei meandri di questa curiosità e accumulando nomi su nomi, è finito con l’unire i puntini di due temi all’apparenza senza legami particolari. Un’approfondita indagine sull’“influenza dell’emigrazione italiana nel Jazz inciso negli Stati Uniti e in Europa tra il 1897 e il 1942” ha fatto nascere un libro da poco pubblicato da IdeaPress, editore italo-americano.
Più che un libro, un’enciclopedia. Una storia in più volumi (al momento c’è il primo e il secondo è in lavorazione) che ricostruisce traiettorie, vite e carriere di sassofonisti, trombettisti, flautisti, clarinettisti, pianisti, violinisti, chitarristi (e molto altro) nostri connazionali diventati importanti nel Jazz mondiale. Importanti, «ma oggi del tutto, o quasi, dimenticati», precisa Galli. Ecco allora il valore e il merito di un’operazione capace di riportare alla memoria queste figure. Figure che hanno spesso incarnato il sogno per eccellenza degli emigranti.
«È un fatto documentato che le famiglie migrate negli Stati Uniti, se qualcuno dei figli dimostrava particolari abilità nel campo della musica, si privavano quasi del cibo pur di farli studiare, perché sapevano che se fossero diventati musicisti avrebbero veramente cambiato la loro esistenza e realizzato il sogno dei genitori, cioè raggiungere una qualità di vita migliore. Bisogna ricordarsi che, già negli anni Venti, gli Stati Uniti avevano un fermento musicale fortissimo, c’erano un sacco di locali da ballo che richiedevano continuamente orchestre nuove.
L’attività di incisione era frenetica e si vendevano milioni di dischi all’anno. Mi sono confrontato personalmente con alcuni parenti di questi musicisti e loro ricordavano proprio l’attività del musicista come un’attività senza sosta. Viaggiavano, suonavano, guadagnavano tanti soldi. Anche musicisti di origini italiane molto piccoli. Ci sono casi di musicisti che già a quattordici, quindici anni, lasciavano la famiglia e partivano con le orchestre, guadagnando più dei padri».
Seicento in totale i nomi raccolti, in un’impresa tutt’altro che semplice. «Il primo obiettivo che mi sono posto è stato quello di dimostrare le effettive origini italiane di ciascun musicista del quale ho scritto. Spesso i nomi con cui erano conosciuti vanno interpretati e investigati. Eddie Lang, il più famoso chitarrista Jazz esistito, si chiamava Salvatore Massaro. Jimmy Lytell, grande musicista anche lui, era in realtà James Sarrapede. Non era raro che anziché usare il loro nome italiano utilizzassero dei nomi inventati o comunque americanizzati. Ogni biografia che riporto, quindi, ha due filoni: la storia famigliare e di emigrazione del musicista e la sua storia discografica, che analizza con chi ha inciso, dove, quali dischi, in modo da poter evidenziare il suo contributo alla storia del Jazz. Per la prima parte mi sono basato su dei siti di ricerca genealogica. Sono disponibili per tutti, ma serve dedicarci tantissimo tempo perché ci si confronta con migliaia di documenti da incrociare. Parlando di documenti, posso citare, ad esempio, tutti i fogli dei censimenti che facevano ogni dieci anni negli Stati Uniti, oppure i registri della leva militare, gli atti di nascita, di morte, di battesimo, di matrimonio. Carte nelle quali le persone dovevano dichiarare dove erano nate, quando, chi erano i genitori, dove erano nati i genitori, che lavoro facevano. Molto spesso la madre era a casa, il padre faceva il mestiere che aveva trovato, quasi sempre un mestiere umile. Importantissimi, inoltre, i fogli passeggeri delle navi, fondamentali per ricostruire da dove partivano queste famiglie, su che nave erano salite e quando sono sbarcate dall’altra parte dell’Oceano Atlantico».
A proposito del luogo di partenza, di bellunesi Galli non ne ha trovati, ma di veneti sì. «Ho scritto le biografie di due musicisti vicentini di grande rilievo: i fratelli Abriani, John (Giovanni) e Felice, nati a Lusiana ed emigrati da giovanissimi, con la famiglia, a San Gallo, nella Svizzera tedesca, dove hanno messo in piedi il primo complesso con altri emigranti italiani. Successivamente, nella prima metà degli anni Venti, Giovanni e Felice si sono trasferiti in Germania e lì hanno inciso dischi veramente importanti per la storia del Jazz europeo. John, in particolare, aveva un’orchestra tra le più richieste nella Berlino della seconda metà degli anni Venti».
Quello degli Abriani è solo uno dei tanti esempi collezionati da Galli di quanto gli emigranti italiani abbiano saputo scrivere un capitolo essenziale nella trama del Jazz.
«Nella mia ricerca ho incontrato numerose storie che danno la testimonianza di quanto gli italiani si siano saputi ingegnare, abbiano saputo ricostruirsi una vita nuova, in un Paese nuovo, e siano stati capaci di diventare dei musicisti fondamentali nella storia del Jazz, perché hanno inciso con alcune delle più importanti orchestre della loro epoca».
Per ora Galli è al primo volume della “saga” su “I musicisti di origini italiane nel Jazz”. Non sa esattamente quanti ne serviranno per completare il quadro dei suoi approfondimenti. Però, il suo pensiero è già rivolto a chi potrà lavorarci anche dopo di lui. «Come scrivo nella prefazione, spero che questo libro sia un punto di partenza, non un punto di arrivo. Mi auguro che futuri ricercatori possano correggere quello che ho scritto io, integrarlo, ampliando gli orizzonti di ogni biografia».
Simone Tormen




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