Tra il 2025 e il 2029 il mercato del lavoro italiano dovrà affrontare un fenomeno di dimensioni eccezionali. Secondo l’Ufficio studi della CGIA di Mestre, basandosi sui dati del Sistema Informativo Excelsior realizzato da Unioncamere e Ministero del Lavoro, poco più di 3 milioni di persone – circa il 12,5 per cento della forza lavoro nazionale – lasceranno l’occupazione. La causa principale sarà il pensionamento, ma non mancheranno altre motivazioni come dimissioni volontarie, perdita del posto, trasferimenti all’estero e cambi di status tra lavoro dipendente e autonomo.
Di questi lavoratori, oltre 1,6 milioni sono dipendenti del settore privato, pari al 52,8 per cento del totale da sostituire. Più di 768 mila appartengono alla Pubblica Amministrazione, mentre circa 665 mila sono autonomi. La portata del ricambio generazionale è tale da configurare una sfida senza precedenti per le imprese, che già oggi segnalano difficoltà nel reperire personale qualificato.
Lombardia, Lazio e Veneto le regioni più esposte
Il fenomeno interesserà l’intero territorio nazionale, ma in misura diversa. Le regioni più colpite saranno quelle con la maggiore popolazione lavorativa e con età media più elevata. In Lombardia, ad esempio, si stima l’uscita di circa 567.700 addetti. Seguono il Lazio con 305.000 e il Veneto con 291.200. All’estremo opposto si collocano Umbria, Basilicata e Molise, dove il numero delle sostituzioni sarà inferiore alle 50 mila unità.
Se si considera solo il lavoro dipendente privato, la Lombardia presenta il peso maggiore con un’incidenza del 64,6 per cento sul totale regionale. Subito dopo si trovano Emilia-Romagna e Veneto, mentre in Sardegna, Molise e Calabria la quota dei lavoratori privati da sostituire non raggiunge il 40 per cento, segno che in queste aree l’impatto sarà più forte su pubblica amministrazione e lavoro autonomo.
Servizi in prima linea, poi industria e agricoltura
Il dettaglio settoriale mostra un predominio dei servizi. Oltre sette sostituzioni su dieci riguarderanno questo comparto: in totale 2,2 milioni di addetti, con picchi nel commercio, nella sanità pubblica e privata e nella pubblica amministrazione. L’industria sarà interessata per circa 726 mila posizioni, in gran parte concentrate nel comparto delle costruzioni, mentre l’agricoltura dovrà fare i conti con circa 111 mila uscite.
Questo scenario mette in evidenza come il ricambio non si limiterà a pochi settori, ma coinvolgerà l’intera struttura produttiva, con esigenze di riorganizzazione sia nelle grandi imprese sia nelle PMI.
Una forza lavoro sempre più anziana
L’esodo dei prossimi anni è il riflesso diretto di un Paese che invecchia. L’indice di anzianità dei dipendenti privati – rapporto tra lavoratori over 55 e under 35 – è cresciuto dal 61,2 nel 2021 al 65,2 nel 2023. In alcune regioni, come Basilicata, Sardegna e Molise, ha già superato quota 80. Significa che per ogni 100 giovani occupati sotto i 35 anni ci sono oltre 80 lavoratori che hanno più di 55 anni.
La causa è duplice: da un lato i pochi ingressi nel mercato del lavoro da parte dei giovani, dall’altro la permanenza prolungata in azienda dei lavoratori anziani. Una tendenza che rischia di accentuarsi, con conseguenze rilevanti per la competitività del sistema produttivo.
La prossima sfida: competere per le competenze
La sostituzione di milioni di lavoratori esperti richiederà strategie chiare. Il rischio principale è non riuscire a trovare sul mercato figure professionali con competenze adeguate. Già oggi la distanza tra domanda e offerta di lavoro è significativa: molte imprese faticano a reperire personale qualificato, mentre i giovani in cerca di occupazione spesso non dispongono delle competenze richieste.
In questo contesto, gli imprenditori potrebbero essere costretti a contendersi i profili migliori, offrendo aumenti salariali e condizioni più favorevoli per evitare fughe verso i concorrenti. Una dinamica che potrebbe tradursi in una “guerra dei talenti”, con ricadute sui costi del lavoro e sulla stabilità del mercato.
Un banco di prova per imprese e istituzioni
Il quinquennio 2025-2029 rappresenta una fase critica per il Paese. Senza un piano di politiche attive del lavoro e investimenti mirati in formazione, il ricambio generazionale rischia di trasformarsi in un problema strutturale, compromettendo la crescita e l’innovazione.
L’obiettivo deve essere duplice: favorire l’ingresso dei giovani nel mondo del lavoro e trattenere le competenze chiave, investendo sulla qualificazione e sulla produttività. Solo così sarà possibile affrontare una sfida che non riguarda solo le imprese, ma l’intero sistema economico e sociale italiano.




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