Nel simbolo degli Apostoli, la professione di fede più antica della comunità cristiana, si fa riferimento più volte alla risurrezione: la prima, per affermare che “il terzo giorno (Cristo) risuscitò da morte”, verità essenziale della fede, la seconda e la terza per proclamare la fede “nella risurrezione della carne e la vita eterna” quali conseguenze della vittoria di Cristo sulla morte. Le testimonianze degli evangelisti sulla risurrezione, e in particolare sulle apparizioni del Risorto, hanno la forza che sgorga dall’esperienza: una esperienza talmente forte che non ammette dubbi. Così le ultime conversazioni tra Gesù e i discepoli costituiscono un lascito importante per la missione loro affidata di annunciare il Vangelo sostenuti dalla presenza del Risorto («ed ecco io sono con voi tutti i giorni fino alla fine del mondo», Mt 28,19). Appare chiara dunque la centralità della Risurrezione nella fede cristiana: da essa i martiri hanno tratto forza per imitare il Maestro nel dare la vita, da essa i cristiani delle prime comunità erano incoraggiati a testimoniare con fiducia il Vangelo, superando ogni difficoltà, perché sapevano che la loro patria era nei cieli.
È così anche per i cristiani di oggi? In una indagine effettuata a Bologna negli ultimi anni del secolo scorso con interviste ai fedeli che uscivano dalla celebrazione domenicale si chiedeva esplicitamente se credevano nella risurrezione e la risposta per molti non era convinta. Certo, l’argomentazione poteva basarsi esclusivamente sulla testimonianza delle Scritture, ma forse anche la conoscenza dei riferimenti biblici non doveva essere molto solida. Tuttavia al centro della fede cristiana rimane il mistero di Incarnazione, Passione, Morte e Risurrezione di Cristo, che illumina i momenti più difficili e oscuri della vita.
Un grande intellettuale francese, Paul Ricoeur, in alcuni appunti autografi pubblicati dopo la sua morte, avvenuta nel 2005, si poneva l’interrogativo di come potesse essere considerato dinanzi alla prospettiva della morte il desiderio di sopravvivere dopo la vita terrena e quale potesse essere il fondamento di questo desiderio. La sua risposta, da intellettuale e da credente, era un invito alla fiducia e alla speranza: so che Dio mi ha creato e che questo ha prodotto in lui una traccia, una impronta che non può cancellare. Proprio perché mi ha creato, confido che nel momento della morte egli non si dimenticherà di me. Nell’ultimo istante di vita Cristo consegnò sé stesso al Padre e nel terzo giorno la risposta del Padre fu la Risurrezione. Anche noi, immersi nella morte di Cristo mediante il battesimo e chiamati in lui ad essere figli del Padre celeste, possiamo contare sulla validità della promessa. È questo il senso della Pasqua. Come ricorda l’apostolo Pietro nella sua seconda lettera, siamo chiamati ad essere partecipi della vita divina.




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